Uno studio innovativo sulle praterie alpine svizzere rivela come i cambiamenti climatici stiano anticipando la stagione vegetativa e alterando l’equilibrio ecologico degli ecosistemi di alta quota. Il lavoro combina tecnologia avanzata, analisi a lungo termine e machine learning.
Monitoraggio a 3000 metri: come cambia la crescita delle piante alpine
Lo studio condotto da Michal Zehnder, dottorando presso il WSL-Institut für Schnee- und Lawinenforschung (SLF), e pubblicato su Global Change Biology, ha messo in luce con dati concreti come il clima stia già influenzando la fenologia delle praterie alpine svizzere.

L’elemento distintivo di questa ricerca è l’utilizzo di una rete di 122 sensori nivometrici a ultrasuoni installati tra i 1560 e i 2950 metri di altitudine per monitorare neve e vegetazione dal 1998 al 2023. Grazie a un algoritmo di intelligenza artificiale, in grado di distinguere tra altezza della neve e altezza delle piante, i ricercatori hanno identificato con precisione sia il momento dello scioglimento della neve sia l’inizio della crescita primaverile.
Primavera in anticipo: i dati parlano chiaro
Uno dei risultati più evidenti è che la stagione vegetativa inizia oggi prima rispetto al passato. In media, il green-up — ovvero il risveglio vegetativo — si è anticipato di circa 2,4 giorni per decennio, per un totale di circa sei giorni in 25 anni.
Parallelamente, le temperature al suolo subito dopo lo scioglimento della neve sono oggi quasi 2°C più alte rispetto al 1998, con un trend di riscaldamento di circa +0,8°C per decennio. Questo segnala un evidente cambiamento climatico in atto anche in ambienti d’alta quota.
Neve stabile, ma risposta vegetale variabile
Lo studio ha mostrato che la data media della fusione della neve non è cambiata in modo significativo in 25 anni. Tuttavia, nei casi di scioglimento precoce, la risposta delle piante risulta molto variabile, a seconda di altitudine, composizione floristica e fotoperiodicità (cioè la sensibilità alla durata del giorno).

Le specie termofile, ovvero quelle che rispondono soprattutto alla temperatura, si adattano più rapidamente. Al contrario, le specie fotoperiodiche, legate alla lunghezza del giorno, potrebbero essere svantaggiate nei nuovi scenari climatici.
Impatto sulla biodiversità alpina
Queste dinamiche comportano implicazioni importanti per la biodiversità. La crescente asimmetria nella risposta delle piante rischia di alterare la composizione delle praterie alpine, favorendo alcune specie a discapito di altre, con possibili effetti ecologici a catena su fauna, impollinatori e cicli ecosistemici.
Una metodologia all’avanguardia per l’ambiente più remoto d’Europa
Il valore aggiunto dello studio è anche tecnologico: l’uso di sensori a ultrasuoni combinato a modelli di machine learning ha consentito un monitoraggio preciso e continuo in un contesto geografico difficilmente accessibile. Un approccio pionieristico che potrà essere replicato in altri contesti di alta quota.
Cosa ci insegna lo studio di Zehnder
Il lavoro di Michal Zehnder fornisce evidenze scientifiche solide su come il cambiamento climatico stia già influenzando gli ecosistemi alpini. Anticipi vegetativi, temperature più alte e risposte differenziate tra specie rappresentano una sfida per la gestione e la conservazione della biodiversità montana.
In un futuro in cui anche lo scioglimento della neve dovesse anticipare, questi effetti potrebbero accentuarsi ulteriormente, rendendo indispensabile una pianificazione ecologica basata su dati di lungo periodo e strumenti predittivi come quelli introdotti in questa ricerca.
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