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Gli scienziati tracciano oltre 100 specie marine: le aree più critiche per la conservazione degli oceani

Gli scienziati tracciano oltre 100 specie marine: le aree più critiche per la conservazione degli oceani
Specie marine

Un team internazionale di scienziati ha tracciato i movimenti di oltre 100 specie di megafauna marina, identificando le aree più cruciali degli oceani globali per migliorare gli sforzi di conservazione. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Science, è parte di MegaMove, un progetto di ricerca globale approvato dalle Nazioni Unite che coinvolge quasi 400 scienziati provenienti da oltre 50 paesi. Attualmente, le aree marine protette coprono solo l’8% degli oceani del mondo, ben al di sotto dell’obiettivo del 30% previsto dal Trattato ONU sulle Alte Maree, firmato da 115 paesi ma non ancora ratificato. La ricerca mostra che sebbene il Trattato rappresenti un passo importante, da solo non basta a proteggere tutte le zone critiche frequentate dalle specie marine minacciate.

Le megafaune marine comprendono alcune delle creature più iconiche degli oceani: squali, balene, tartarughe marine e foche. Si tratta generalmente di predatori al vertice della catena alimentare marina, con ruoli fondamentali negli ecosistemi, ma sempre più minacciati dalle attività umane. Il professor David Sims, ecologo marino e autore senior dello studio, afferma che l’obiettivo del progetto è stato monitorare i movimenti quotidiani di queste specie su scala globale per molti anni, al fine di identificare habitat cruciali per comportamenti vitali come alimentazione, riposo e migrazione.

“Abbiamo riscontrato con preoccupazione – ha dichiarato Sims – che molte di queste aree chiave si sovrappongono in modo significativo con minacce di origine antropica, come la pesca industriale e le rotte navali trafficate, che possono causare collisioni letali con specie già in pericolo”. 

Lo studio

Secondo lo studio, raggiungere il 30% di protezione sarà utile, ma comunque insufficiente. Sono quindi necessarie ulteriori misure di mitigazione per ridurre la pressione antropica anche al di fuori delle aree protette. La ricerca si collega direttamente agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU, in particolare al Goal 14 per la tutela della vita sott’acqua, e all’Obiettivo A del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, volto a fermare l’estinzione delle specie minacciate causata dall’uomo.

L’autore principale dello studio, la professoressa associata Ana Sequeira della Australian National University e fondatrice di MegaMove, sottolinea l’importanza di un approccio integrato: “oltre alle aree protette, è fondamentale adottare strategie di mitigazione come l’uso di attrezzi da pesca modificati, luci alternative nelle reti e piani di traffico marittimo per ridurre l’impatto umano su queste specie”. 

E conclude con un avvertimento chiaro: “anche se l’intero 30% fosse protetto in aree chiave per la megafauna marina, non sarebbe comunque sufficiente a garantirne la sopravvivenza”. 

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