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Il vero costo delle specie invasive: danni 17 volte superiori alle stime precedenti

Il vero costo delle specie invasive: danni 17 volte superiori alle stime precedenti
Specie invasive

Le specie aliene invasive sono responsabili del 60% delle estinzioni globali documentate e rappresentano una minaccia crescente per la biodiversità, i servizi ecosistemici e le economie nazionali. Secondo uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution, il loro impatto economico globale è stato finora ampiamente sottostimato: i nuovi dati suggeriscono che i costi reali potrebbero essere superiori del 1.646% rispetto alle precedenti stime. Gli autori, guidati da Ismael Soto e Brian Leung, hanno analizzato i dati relativi a 162 specie invasive in 172 Paesi, utilizzando una combinazione innovativa di modelli di distribuzione delle specie (SDM) e indicatori macroeconomici. Questo approccio ha permesso di colmare i vuoti informativi nei Paesi dove non erano disponibili dati sui costi, evidenziando un quadro economico ben più grave di quanto si pensasse.

Costi economici paragonabili ai disastri climatici

Secondo lo studio, i danni annuali causati da queste specie ammontano a 35 miliardi di dollari l’anno, per un totale stimato di 2.215 miliardi di dollari tra il 1960 e il 2022. A titolo di confronto, si tratta di una cifra analoga a quella associata agli eventi meteorologici estremi causati dal cambiamento climatico. L’Europa emerge come la regione più colpita, con 1.584 miliardi di dollari di costi stimati, seguita dal Nord America (226 miliardi) e dall’Asia (182 miliardi). I Paesi più penalizzati in termini di costi per chilometro quadrato includono San Marino, Liechtenstein e Malta.

Chi paga il prezzo più alto?

Le piante invasive si confermano il gruppo tassonomico più dannoso, con un costo stimato di 926,38 miliardi di dollari, seguite da artropodi (830,29 mld) e mammiferi (263,35 mld). Le specie più dannose includono:

  • Sus scrofa (cinghiale)
  • Reynoutria japonica (fallopia giapponese)
  • Mus musculus (topo domestico)
  • Aedes aegypti (zanzara della febbre gialla).

Oltre ai danni diretti all’agricoltura e alle infrastrutture, molte specie invasive impattano sulla salute pubblica e sugli ecosistemi naturali, aggravando il bilancio sociale e ambientale delle invasioni biologiche.

Una geografia dei costi distorta

Uno dei risultati più allarmanti dello studio è la distorsione geografica nella raccolta dei dati. La maggior parte dei costi documentati proviene da Europa e Nord America, mentre i danni nei Paesi del Sud globale — in particolare in Africa, Asia e Sud America — sono sottostimati per mancanza di dati. In alcuni casi, le nuove stime superano di gran lunga il PIL annuale dei Paesi interessati, come nel caso di Dominica. Al contrario, nel Regno Unito, i costi delle specie invasive raggiungono il 40% del PIL, rendendo evidente l’urgenza di politiche più mirate e coordinate a livello internazionale.

Un nuovo approccio alla gestione del rischio

Il lavoro di Soto et al. propone un metodo replicabile e adattabile ad altri contesti per prevedere i costi delle invasioni anche in assenza di dati diretti, sfruttando indicatori come PIL, densità di popolazione, uso agricolo del suolo e idoneità ambientale. La combinazione di modelli economici e dati ambientali rappresenta un importante passo avanti per:

  • Pianificare strategie di prevenzione
  • Prioritizzare gli interventi di contenimento
  • Ottimizzare l’allocazione delle risorse.

Inoltre, lo studio ha evidenziato un ritardo medio di 46 anni tra l’introduzione di una specie e il picco dei danni economici, sottolineando l’importanza di interventi tempestivi e previsioni a lungo termine.

Agire prima che sia troppo tardi

L’evidente sottostima dei costi legati alle specie invasive rende urgente un cambio di paradigma. Le politiche ambientali devono incorporare modelli predittivi più accurati per anticipare i danni e ridurre il peso economico, sociale e ambientale di queste minacce. Il lavoro di Soto e colleghi fornisce un quadro dettagliato e scientificamente robusto su cui basare nuove strategie globali di prevenzione e mitigazione.

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