“L’allarme per le tensioni in Medio Oriente si è appena attenuato. E sul mercato dei carburanti già si affacciano nuovi timori per le forniture europee: diesel e jet fuel in particolare, per cui il Vecchio continente – che continua a perdere capacità di raffinazione – ha un’accentuata e crescente dipendenza dall’estero. Ad avere riacceso una spia rossa è un provvedimento dell’Unione europea, che con il diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia ha deciso di mettere fine ad una clamorosa ipocrisia. Sfruttando (in piena legalità) il cosiddetto “refining loophole”, la scappatoia della raffinazione, l’India soprattutto, ma in parte anche Turchia e Cina, sono diventati importanti fornitori del Vecchio continente, cruciali insieme agli Stati Uniti e ad alcuni Paesi del Golfo Persico nel consentirci di sostituire gli acquisti (diretti) dalla Russia, da cui fino al 2022 arrivava circa il 40% delle nostre importazioni di diesel.
Una situazione oggettivamente imbarazzante, cui si è deciso di porre rimedio con il divieto per qualsiasi operatore Ue di importare, acquistare o trasferire prodotti petroliferi derivati dal greggio russo, qualunque sia il luogo di raffinazione. Per il diesel in particolare c’è già stato qualche segnale di tensione sul mercato, per quanto non acuto come in giugno, quando si temeva un blocco dello Stretto di Hormuz. I future sul gasolio – che all’epoca a Londra avevano superato 800 dollari per tonnellata- ora scambiano intorno a 715 dollari.
Ma lo spread rispetto al Brent (riferimento per i margini di raffinazione) ha segnato punte superiori a 26 dollari al barile, il massimo da febbraio 2024. Secondo S&P Global Commodities at Sea (Cas), l’Europa ha ricevuto 124mila barili al giorno di diesel o gasolio dall’India e 94mila dalla Turchia in giugno, corrispondenti rispettivamente al 7% e al 5% del totale delle importazioni”, si legge su Il Sole 24 Ore.
Altre stime
“Altre stime, di Kpler, che includono anche il carburante per aerei, indicano che l’India – fino a pochi anni fa inesistente come esportatore – ha soddisfatto il 16% delle importazioni europee nel 2024, anno in cui il greggio russo ha costituito il 38% dell’import indiano. Ad aver evitato per il momento scossoni eccessivi sul mercato è stata la precisazione di Bruxelles sul fatto che i divieti scatteranno solo il 21 gennaio 2026. Infine non è detto che l’offerta, a livello globale, si riduca troppo: è probabile che presto inizierà un carosello di trasferimenti dei prodotti, per confonderne l’origine e il luogo di raffinazione.
Bruxelles d’altra parte ha esonerato a priori da controlli le forniture provenienti da Paesi esportatori netti di greggio: categoria in cui rientrano ad esempio gli Usa, ma anche gli Emirati arabi uniti, benché in questo Paese diverse società siano state colpite da sanzioni occidentali proprio con l’accusa di aver agevolato esportazioni “illecite” dalla Russia.
In prospettiva è probabile che le esportazioni da questi Paesi si rafforzeranno ulteriormente, anche perché – nonostante il rinvio dei divieti e la difficoltà dei controlli – gli acquirenti sembrano aver già alzato la guardia. Ieri Reuters segnalava che una petroliera inviata da Bp in India per caricare carburanti ha fatto dietro front: era diretta all’impianto di Varinar di Nayara Energy, di cui Rosneft possiede il 49,13%, l’unica società identificata dalla Ue come responsabile dell’export di prodotti a base di greggio russo, che ha reagito con un duro comunicato, ma anche con l’immediata richiesta ai clienti di pagamenti o lettere di credito anticipati”, conclude il giornale.
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