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Il mercato globale nascosto dietro il riciclo

Dal 2010, tra i 170 e i 200 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili hanno attraversato i confini nazionali ogni anno. Tra il 2018 e il 2021, inoltre, tra il 10% e il 13% del riciclo degli imballaggi dell’UE è avvenuto al di fuori dei confini dell’Unione. Un nuovo studio del CMCC mostra come lo squilibrio tra i materiali di cui i paesi hanno bisogno e i rifiuti che producono contribuisca ad alimentare questo commercio. Spiega inoltre perché, in alcuni casi, le politiche per il riciclo possono finire per incentivare le esportazioni anziché il riciclo sul territorio nazionale.

Il riciclo può avvenire molto lontano dal luogo in cui vengono prodotti i rifiuti. Carta, metalli, plastica e vetro scartati in un paese possono essere spediti dall’altra parte del mondo e utilizzati come materie prime. Questo mercato internazionale rappresenta una componente importante dell’attuale economia circolare, ma spesso non viene preso in considerazione nella definizione delle politiche nazionali sul riciclo.

Un nuovo studio dei ricercatori del CMCC Eugénie Joltreau e Luis Sarmiento analizza perché i rifiuti riciclabili si spostano da un paese all’altro, come si stabilisce il loro prezzo e in che modo le politiche pubbliche influenzano questi flussi. Pubblicata sul Journal of Applied Economics, la ricerca combina un modello teorico dei mercati internazionali dei rifiuti con dati sugli scambi di plastica, carta, alluminio, vetro, ferro e acciaio.

Secondo lo studio, dal 2010 il commercio globale di rifiuti riciclabili si è mantenuto intorno ai 170–200 milioni di tonnellate all’anno. Gran parte di questi rifiuti proviene dai paesi ad alto reddito: nel 2022, questi paesi hanno esportato fino a 72 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili in più rispetto a quelli importati. Il mercato è inoltre fortemente concentrato: i dieci maggiori paesi esportatori rappresentano il 67% delle esportazioni globali.

Perché i rifiuti attraversano i confini

Al centro dello studio vi è il concetto di “squilibrio materiale”: la discrepanza tra i materiali di cui un paese ha bisogno per la produzione e i rifiuti che genera attraverso i consumi. Un’economia basata sui servizi, per esempio, può importare molti prodotti manifatturieri e produrre grandi quantità di rifiuti, pur avendo bisogno di relativamente pochi materiali per la propria industria. Un’economia in rapida industrializzazione può presentare il profilo opposto, con una forte domanda di materiali ma una minore disponibilità di rifiuti sul territorio nazionale.

Queste differenze possono rendere economicamente conveniente il commercio internazionale. È più probabile che i rifiuti si spostino tra paesi con profili complementari: da un paese che produce quantità relativamente maggiori di un determinato materiale a uno che ne ha più bisogno. Anche i costi di trasporto e quelli legati alla raccolta, al riciclo e allo smaltimento dei rifiuti determinano se questi scambi avvengono o meno.

“Il fatto che i rifiuti fossero destinati a paesi con un forte fabbisogno di materiali, come la Cina all’epoca, ci ha spinti a riflettere più a fondo sul rapporto tra i rifiuti prodotti dai paesi e i materiali di cui hanno bisogno per la produzione”, afferma Joltreau, autrice principale dello studio. “Questo ci ha portati a introdurre nel modello teorico il concetto di squilibrio materiale e poi a verificarlo empiricamente. Abbiamo riscontrato che questi squilibri contribuiscono effettivamente a spiegare il commercio internazionale dei rifiuti riciclabili”.

Rifiuto o risorsa?

Il modello teorico aiuta anche a spiegare perché i rifiuti riciclabili non si comportano come un prodotto qualsiasi. A seconda della domanda e dei costi di trasporto e trattamento, il loro prezzo può essere positivo o negativo. Un importatore può pagare per acquistare i rifiuti come fonte utile di materiali, oppure può essere l’esportatore a pagare un altro paese perché li prenda in carico.

“Questo lavoro mi ha aiutato a comprendere un mercato poco prima di un grande sconvolgimento nel commercio globale dei rifiuti, quando la Cina, il principale importatore mondiale, ridusse drasticamente le proprie importazioni”, afferma Joltreau. “All’epoca emersero nel dibattito pubblico due interpretazioni molto diverse: “Stiamo esportando la nostra spazzatura” e “Stanno comprando i nostri materiali riciclabili””.

Lo studio mostra che entrambe le interpretazioni possono contenere una parte di verità. I rifiuti riciclabili sono allo stesso tempo un sottoprodotto indesiderato, costoso da gestire, e una potenziale risorsa per la produzione. Il loro valore può cambiare al variare delle condizioni di mercato e delle politiche pubbliche.

“Una delle indicazioni che emerge dal modello è che il prezzo dei rifiuti scambiati per essere riciclati può passare da positivo a negativo, a seconda della domanda e dei costi, che a loro volta sono influenzati dalle politiche sul riciclo”, spiega Joltreau.

Quando le politiche favoriscono le esportazioni

I risultati mostrano che le politiche per il riciclo e la gestione dei rifiuti possono influenzare non solo la quantità di materiali riciclati, ma anche il luogo in cui avviene il riciclo. Misure come i sussidi alla raccolta e al riciclo, le imposte sullo smaltimento e gli obiettivi di riciclo possono aumentare o ridurre l’incentivo a esportare, a seconda di come vengono strutturate.

L’Unione europea mostra chiaramente questo legame. I rifiuti esportati per essere riciclati possono essere conteggiati nel raggiungimento degli obiettivi nazionali di riciclo degli imballaggi. Secondo lo studio, tra il 2018 e il 2021, in media, una quota compresa tra il 10 e il 13% del riciclo degli imballaggi dell’UE è avvenuta al di fuori dell’Unione.

Ciò significa che un tasso di riciclo dichiarato più elevato non corrisponde necessariamente a una maggiore attività di riciclo sul territorio nazionale. Secondo il modello, alcune politiche possono ridurre il costo della preparazione dei rifiuti per l’esportazione, rendendo conveniente spedire all’estero i materiali riciclabili. Lo studio suggerisce inoltre che, per i paesi che tendono a esportare rifiuti, gli obiettivi che impongono l’impiego di materiali riciclati nella produzione nazionale potrebbero sostenere il riciclo locale più efficacemente di quelli concentrati soltanto sulla quota di rifiuti riciclati.

I risultati non implicano che il commercio internazionale di rifiuti sia sempre dannoso. Gli scambi possono mettere in collegamento i materiali riciclabili disponibili con le industrie che ne hanno bisogno. Lo studio avverte però che politiche mal progettate possono incentivare le esportazioni senza rafforzare i sistemi nazionali di riciclo, trasferendo al tempo stesso le pressioni ambientali verso paesi importatori che potrebbero avere norme ambientali meno rigorose o infrastrutture di raccolta più deboli.

Ponendo il commercio internazionale al centro dell’analisi dell’economia circolare, la ricerca evidenzia la necessità che i decisori politici guardino oltre i tassi nazionali di riciclo. Politiche efficaci devono tenere conto del luogo in cui i rifiuti vengono trattati, di quello in cui vengono utilizzati i materiali riciclati e del modo in cui gli incentivi influenzano i flussi globali, continuando al tempo stesso a ridurre il consumo complessivo di risorse e la produzione di rifiuti.


Per maggiori informazioni

Eugénie Joltreau e Luis Sarmiento (2026), “Recycling in a globalised economy”, Journal of Applied Economics, 29(1), articolo 2699509. DOI: 10.1080/15140326.2026.2699509

La ricerca ha ricevuto finanziamenti dal programma di ricerca e innovazione dell’Unione europea Horizon Europe attraverso il progetto CircEUlar.

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