South Georgia, remota isola sub-antartica del Sud Atlantico, ospita la più vasta popolazione di foche elefante del pianeta (Mirounga leonina). Questo remoto santuario della biodiversità, finora considerato stabile e vitale per la specie, è oggi al centro di una crisi ecologica senza precedenti: l’arrivo dell’influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAIV) ha provocato un crollo drammatico della popolazione femminile. Un team di ricercatori guidato da Connor Bamford del British Antarctic Survey, con colleghi di varie università britanniche e internazionali, ha pubblicato su Communications Biology uno studio che documenta un declino del 47% nelle femmine riproduttive tra il 2022 e il 2024 nei tre principali siti di riproduzione: St Andrews Bay, Hound Bay e Gold Harbour.
Un dimezzamento in due anni
Le immagini aeree raccolte con droni hanno mostrato numeri impietosi: a St Andrews Bay, il conteggio è passato da oltre 6.300 femmine nel 2022 a poco più di 4.100 nel 2024; a Gold Harbour da 1.599 a 601; a Hound Bay da 1.901 a 1.066. In totale, un calo medio del 47%, molto superiore alle naturali fluttuazioni annuali (che raramente superano il 10%). Secondo gli autori, se questi dati vengono proiettati sull’intera isola, oltre 53.000 femmine potrebbero essere scomparse in una sola stagione riproduttiva. Una perdita definita “senza precedenti nella storia recente” della specie.
Dal Valdés all’Antartico: l’epidemia si estende
L’onda mortale dell’HPAIV non è nuova. Nel 2023, la penisola di Valdés, in Argentina, aveva già visto una catastrofe simile: il virus aveva causato la morte del 67% delle femmine e del 97% dei cuccioli. Da lì, il virus si è diffuso verso sud, raggiungendo South Georgia nel settembre 2023, prima attraverso uccelli marini infetti (come gli skua antartici) e poi attraverso i mammiferi marini stessi. Nel giro di pochi mesi, l’infezione è stata confermata in foche pelagiche antartiche (Arctocephalus gazella) e foche elefante, diffondendosi rapidamente su tutta l’isola. Nel 2024, nuovi focolai sono stati segnalati anche nelle isole Crozet e Kerguelen, segno di una propagazione circumpolare preoccupante.
Le cause biologiche e comportamentali del crollo
Il virus non solo ha ucciso direttamente migliaia di esemplari adulti, ma ha anche innescato una catena di effetti secondari devastanti. Le femmine infette o stressate hanno spesso abbandonato prematuramente i loro cuccioli, riducendo i tassi di sopravvivenza e compromettendo la fecondità della stagione successiva. Gli studiosi ipotizzano anche che, dopo la stagione infetta, alcune femmine abbiano cambiato spiaggia di riproduzione o rinunciato del tutto al ritorno annuale. Tuttavia, la magnitudine del calo – ben oltre ogni variazione storica – non può essere spiegata solo da spostamenti comportamentali: il fattore HPAIV è determinante.
Un futuro incerto per i giganti del Sud
Le foche elefante meridionali sono animali longevi e con bassi tassi di mortalità naturale: per questo, la perdita improvvisa di tante femmine adulte può avere effetti a lungo termine devastanti. Studi demografici condotti in Argentina stimano che un ritorno ai livelli pre-epidemici potrebbe richiedere decenni, se non un secolo. Se il modello di Valdés si ripetesse a South Georgia, la più grande colonia del mondo – che rappresenta il 54% della popolazione globale – potrebbe entrare in un declino irreversibile.
Gli autori lanciano un appello: “è essenziale istituire un monitoraggio costante e sistematico delle colonie riproduttive per comprendere la portata dell’impatto e pianificare eventuali misure di conservazione”.
La lezione di South Georgia
Questa tragedia naturale è un segnale d’allarme per la salute globale degli ecosistemi marini. L’influenza aviaria, un tempo confinata agli uccelli domestici, sta dimostrando una capacità sempre più inquietante di adattarsi a nuove specie e ambienti. South Georgia, uno degli ultimi rifugi incontaminati del pianeta, è ora teatro di una pandemia ecologica che rischia di ridisegnare gli equilibri della fauna australe.
Come concludono i ricercatori, solo “un monitoraggio continuativo e la cooperazione internazionale potranno evitare che la prossima generazione di foche elefante sia ricordata come un monumento perduto alla fragilità del mondo naturale”.
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