“L’Mpox rappresenta sicuramente una minaccia per il sistema sanitario nel continente africano, ma per adesso si tratta di un problema geograficamente contenuto, che sicuramente merita attenzione, ma non deve procurare eccessivi allarmismi per l’Europa”. A spiegarlo all’AGI è Giovanni Rezza, professore straordinario di igiene all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano. Commentando la situazione da una prospettiva internazionale, l’esperto precisa che “lo scenario in Africa è cambiato rispetto a qualche anno fa, quando la maggior parte dei casi erano associati a contatti con animali, perché la trasmissione umana non era efficace. Con l’interruzione delle vaccinazioni, però, il numero di individui non protetti è aumentato notevolmente, favorendo il contagio interumano”.
Due clade
Rezza aggiunge che la diffusione dell’Mpox è guidata principalmente da due clade, uno tipico dell’Africa centrale e uno delle regioni occidentali. Il ceppo più aggressivo, il secondo, rappresenta un problema significativo per le regioni subsahariane, specialmente per le persone immunodepresse, particolarmente suscettibili da un punto di vista clinico.
“Un’emergenza regionale”
“Le modalità di trasmissione – continua Rezza – comprendono rapporti sessuali e il contatto con cute e mucose. Anche la trasmissione respiratoria può giocare un ruolo, ma richiede una vicinanza importante, tipica del contesto familiare. Le dinamiche sociali del continente africano, caratterizzate da famiglie numerose e scarse attenzioni sulle misure di prevenzione sessuale, favoriscono la diffusione del virus. In Europa la situazione è differente”.
In effetti, ribadisce il docente, l’Mpox sembra classificarsi come una emergenza di tipo regionale, confinata al continente africano. L’outbreak verificatosi nel 2022 è stato contenuto in tempi relativamente brevi, anche grazie all’immunizzazione degli individui più vulnerabili.
Una delle principali incognite, però, riguarda il fatto che la maggior parte della popolazione europea non è protetta dal vaiolo, dato che la malattia è stata considerata estinta e le vaccinazioni sono state sospese tra gli anni ’70 e ’80.
“C’è da precisare – aggiunge Rezza – che la popolazione europea è comunque suscettibile al contagio, ma con le attuali modalità di trasmissione una diffusione rapida e ingestibile è improbabile. Anche le mutazioni possono costituire motivo di preoccupazione, ma il virus del vaiolo è molto più grande rispetto a quello dell’influenza, o del Covid-19, quindi impiega molto più tempo a sviluppare cambiamenti significativamente rilevanti. In altre parole, non muta così rapidamente. I fattori di rischio principale riguardano piuttosto le possibilità di introduzioni multiple del virus nelle popolazioni più vulnerabili, come le persone sessualmente promiscue e gli immunocompromessi“.
“Ad ogni modo – conclude – per le condizioni attuali, le probabilità di una ‘nuova pandemia’ in Europa sono molto scarse. È però sicuramente necessario continuare a monitorare la situazione e valutare gli eventuali focolai, facendo il possibile per gestire l’emergenza in Africa, dove invece rappresenta un pericolo importante per la popolazione”.
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