La casa si muoveva come se ci fosse un terremoto. Poi, improvvisamente, galleggiava: così Alexie Stone descrive ad AP dei momenti più drammatici vissuti nella sua comunità, il villaggio nativo di Kipnuk, travolto pochi giorni fa da un’imponente mareggiata causata dai resti del tifone Halong. L’evento meteorologico, di portata eccezionale, ha trasformato la costa occidentale dell’Alaska in un paesaggio di distruzione e silenzio, lasciando un morto, 2 dispersi e centinaia di abitazioni distrutte o sommerse dall’acqua.
Un’alluvione senza precedenti
La tempesta, originatasi come tifone nel Pacifico occidentale, ha perso la sua forza tropicale nel suo viaggio verso Nord, ma ha mantenuto un’enorme quantità di energia. Quando ha colpito le coste dell’Alaska, la combinazione di venti superiori ai 120 km/h e di una marea eccezionalmente alta ha generato un’ondata di piena che ha innalzato il livello dell’acqua di oltre 1,8 metri sopra il limite delle maree più alte.
A Kipnuk, villaggio di circa 700 abitanti, 121 case sono state distrutte, mentre nella vicina Kwigillingok le acque hanno trascinato via interi edifici.
Evacuazioni di massa in un territorio isolato
Il disastro ha scatenato una delle più grandi operazioni di evacuazione della storia recente dell’Alaska. In un’area raggiungibile solo via aerea o fluviale, più di 1.000 persone sono state trasportate in aereo verso la sicurezza. I primi soccorsi hanno concentrato gli sfollati nella cittadina di Bethel, ma presto è stato necessario trasferirli a Anchorage, a oltre 800 km di distanza, a bordo di aerei militari da trasporto.
Ad Anchorage, le autorità locali e la Croce Rossa hanno allestito centri di accoglienza all’interno dell’Alaska Airlines Center e del centro congressi Egan Center, in un’operazione coordinata dal National Guard e dalla Federal Emergency Management Agency (FEMA).
Infrastrutture distrutte e emergenza ambientale
Oltre agli edifici, il disastro ha messo in ginocchio i sistemi vitali: reti idriche, fognarie e pozzi sono fuori uso in diversi villaggi, tra cui Napaskiak. A Kipnuk, le perdite di carburante e olio da riscaldamento hanno contaminato il terreno e l’aria, mentre le famiglie hanno perso le scorte di cibo accumulate per affrontare l’inverno artico, tonnellate di pesce, carne e selvaggina irrimediabilmente danneggiate.
Gli abitanti ora si trovano a fronteggiare una doppia emergenza: la ricostruzione materiale e il rischio di contaminazione ambientale derivante dai serbatoi danneggiati.
Tagli ai fondi e mancate prevenzioni
A peggiorare la situazione, denunciano le autorità locali, ci sono i tagli federali ai programmi di mitigazione dei disastri. Un finanziamento da 20 milioni di dollari destinato proprio a Kipnuk dall’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) – volto a proteggere le passerelle pedonali e arginare l’erosione dei fiumi – è stato cancellato durante l’amministrazione Trump. Oggi, quella mancanza pesa come una ferita aperta: il progetto avrebbe potuto ridurre l’impatto dell’alluvione.
Condizioni meteo estreme
Il tifone Halong, dopo essersi dissipato nel Pacifico occidentale, è stato riclassificato come tempesta extratropicale. Tuttavia, la sua energia residua, alimentata dalle acque relativamente miti del mare di Bering, ha generato una forte mareggiata (storm surge) con onde alte diversi metri. Secondo il Servizio Meteorologico Nazionale, il picco della tempesta ha coinciso con l’alta marea, amplificando gli effetti dell’inondazione sulle coste occidentali dell’Alaska. Le regioni più colpite sono state Kipnuk, Kwigillingok e Napaskiak, dove l’acqua ha superato ogni precedente registrazione storica.
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