Per la rubrica Dialoghi con l’autore e l’autrice proponiamo l’intervista a Pinuccia Montanari, curatrice del libro “Spigolatrici d’ambiente”. Il contributo delle donne alle sfide dei cambiamenti climatici”, in collaborazione con l’Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova e l’International Court of Environnement Foundation.
Il volume raccoglie i contributi di tante donne (ricercatrici, artiste, scrittrici, giornaliste, scienziate, educatrici, amministratrici, docenti) e di alcuni uomini che hanno raccolto la sfida dei cambiamenti climatici. L’idea nasce dalla necessità di far conoscere l’impegno di tante donne per l’ambiente, che normalmente passa sotto silenzio. Il titolo prende spunto dalle donne spigolatrici che, anche a fine raccolto, raccoglievano e continuavano nella loro opera di conservazione delle spighe che poi sarebbero diventate cibo prezioso.
Spigolatrici d’ambiente è una raccolta a più voci sul contributo delle donne e degli uomini all’economia circolare e affronta il tema della sfida della complessità a tutto tondo. Il principio di responsabilità, la transizione ecologica e la prospettiva di una società della cura sono temi di interesse per cittadini e cittadine. Qual è la strada del cambiamento?
Partiamo dalla transizione ecologica, che è infatti intesa come cambiamento culturale e non solo come questione tecnologica, normativa o industriale. Ciò significa modificare il nostro rapporto con le risorse, gli oggetti, il cibo, l’energia, la casa comune. In questo senso, si può parlare di etica della cura non come valore “solo femminile” o confinato alla dimensione domestica. La cura diventa una categoria politica, economica e ambientale: prendersi cura significa non consumare distrattamente, non sprecare, non considerare le cose come immediatamente sostituibili, non trattare la natura come un deposito infinito di materie prime e un contenitore illimitato di rifiuti.
Economia circolare e sapere quotidiano: qual è la relazione?
Spigolatrici d’ambiente dimostra che molte pratiche oggi, definite economia circolare, appartenevano già a un sapere quotidiano, spesso custodito dalle donne: usare bene le risorse, far durare gli oggetti, riparare, trasformare, riutilizzare, cucinare con gli avanzi, evitare lo spreco. Giovanna Sartori lo sintetizza molto bene, nel saggio a sua firma, che l’economia circolare è, in fondo, “l’economia di mia nonna”, ovvero acquistare beni di qualità, usarli a lungo, ripararli o trasformarli, regalarli o venderli, recuperarne le parti utili e solo alla fine riciclarne la materia.
Qual è il messaggio principale del libro?
Non basta gestire meglio i rifiuti, bisogna produrne meno è il messaggio principale. Il miglior rifiuto è quello che non nasce. Questo sposta il discorso dalla fase finale — raccolta, impianti, smaltimento — alla fase iniziale: come compriamo, quanto compriamo, quanto usiamo, quanto ripariamo, quanto condividiamo.
A quale pubblico è diretto il volume?
Il libro si rivolge a tutti: cittadine e cittadini, famiglie, scuole, amministratori pubblici, imprese, associazioni, perché la transizione ecologica non può essere delegata solo ai tecnici o ai governi. Ognuno deve avere un ruolo: le istituzioni devono creare le condizioni, le persone possono orientare il mercato e modificare le abitudini quotidiane.
Uno dei temi particolarmente urgente riguarda il tessile. Secondo i dati riportati nel Rapporto rifiuti urbani 2024 dell’ISPRA, nell’anno 2023, in Italia sono state raccolte in maniera differenziata 171.600 tonnellate di rifiuti tessili urbani e dal 2019 al 2023 la crescita della raccolta differenziata dei rifiuti tessili è stata dell’8,8%. Il saggio di Giovanna Sartori, contenuto nel volume, pone particolare attenzione all’industria tessile e alla fast fashion, temi su cui sono strategiche informazione ed educazione.
Il tessile è uno degli esempi più chiari dei limiti del modello lineare: produrre, comprare, usare poco, buttare. Il settore della moda è un grande generatore di rifiuti e un altrettanto problema dell’ecosistema. La fast fashion ha trasformato l’abito in un bene quasi usa-e-getta, spingendo all’acquisto continuo di capi a basso prezzo, spesso destinati a durare poco o a essere sostituiti rapidamente. Giovanna Sartori richiama dati molto significativi, citando i dati del Rapporto a livello globale della Fondazione la Ellen Mac Arthur secondo la quale meno dell’1% dei prodotti tessili viene riciclato per ottenere nuove fibre da reimpiegare nell’industria tessile, e oltre il 12% del filato viene scartato già prima di essere utilizzato. Una volta prodotti, si valuta che un quarto dei capi resta invenduto, e dei 53 milioni di tonnellate di capi prodotti ogni anno nel mondo, oltre il 75% viene buttato. Sul lato della sostenibilità, il settore tessile è inoltre tra i comparti più impattanti per consumo di materie prime, emissioni climalteranti, inquinamento e uso di acqua. Questo è un tema particolarmente importante perché il mercato della moda si rivolge in larga parte alle donne, soprattutto alle giovani. E in questo ambito, stanno nascendo nuove pratiche interessanti: piattaforme di abbigliamento usato, mercatini, scambio, resell, second hand, preloved, riparazione, riadattamento dei capi. Il cambiamento culturale è forte: comprare usato non è più percepito come una scelta povera o marginale, ma come una scelta intelligente, sostenibile e anche alla moda. Sartori, inoltre, osserva come il termine preloved aiuti a cambiare percezione: non qualcosa di scartato, ma qualcosa che è stato amato prima e può avere una seconda vita.
Qui il messaggio è molto concreto: non si tratta di rinunciare alla moda, ma di sottrarla alla logica dello spreco. Vestirsi meglio non significa comprare di più, ma scegliere meglio, far durare, riparare, scambiare e acquistare solo ciò che occorre davvero.
La Second Hand, cita sempre Sartori, è oggi una forma di economia circolare che non è solo un modo per dare valore alle cose, ma entra anche per prima volta a pieno titolo nel podio dei comportamenti sostenibili più diffusi e che porta valore al Paese, alle persone al pianeta. I cittadini – si legge nel saggio – possono essere la leva del cambiamento, ed è qui che entrano in gioco prepotentemente le donne. Varie ricerche dimostrano che proprio le donne siano le più disposte a cambiare i propri schemi quotidiani per il bene della protezione ambientale e per il benessere delle loro famiglie.
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