a
a
Weather:
No weather information available
HomeToscana LifeMeteo RegioneIsole di calore urbane: quando il caldo trasforma le città

Isole di calore urbane: quando il caldo trasforma le città

Isole di calore urbane: quando il caldo trasforma le città

L’estate 2026 sta mettendo sotto pressione città e territori italiani con una successione di ondate di calore particolarmente persistenti. I dati raccontano una stagione nella quale non sono soltanto i picchi termici a destare preoccupazione, ma soprattutto la loro durata e la difficoltà delle temperature a scendere durante la notte.

In Toscana il quadro è particolarmente significativo. Secondo il Consorzio LaMMA, luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato in Toscana dall’inizio della serie nel 1955, probabilmente anche rispetto ai secoli precedenti. Il bimestre giugno-luglio si colloca invece al secondo posto nella serie storica, alle spalle del 2003. La temperatura media regionale nei due mesi è stata di 25,6 °C, contro i 26,2 °C del 2003. Ancora più indicativi sono i dati relativi a Firenze: nel periodo considerato le temperature hanno superato i 36 °C in 27 giorni, mentre altrettante sono state le notti tropicali, con temperature minime mai inferiori a 20 °C. La persistenza del caldo è un elemento particolarmente importante perché l’assenza di un adeguato raffrescamento notturno aumenta gli effetti sulla salute e sulla vivibilità degli ambienti urbani. 

È proprio in questo scenario che il fenomeno delle isole di calore urbane diventa particolarmente rilevante.

Che cos’è un’isola di calore urbana

L’isola di calore urbana, o Urban Heat Island (UHI), è il fenomeno per cui le aree urbanizzate possono raggiungere temperature superiori rispetto alle zone rurali o meno densamente costruite circostanti. Non si tratta semplicemente del fatto che in città “faccia più caldo”. È il risultato dell’interazione fra atmosfera, materiali, geometria urbana, vegetazione, disponibilità d’acqua e attività umane. L’ambiente costruito modifica, infatti, il bilancio energetico della superficie: asfalto, cemento e altri materiali artificiali assorbono la radiazione solare durante il giorno e possono restituire lentamente il calore accumulato, contribuendo a mantenere temperature elevate anche dopo il tramonto.

Il fenomeno non interessa soltanto i centri cittadini più compatti: esistono veri e propri “arcipelaghi di calore”, con zone ad alto rischio anche nelle aree periferiche.

Uno degli aspetti più importanti è la distribuzione spaziale del calore. Due quartieri della stessa città possono avere condizioni molto diverse: uno caratterizzato da alberature, suoli permeabili e spazi verdi può risultare sensibilmente più fresco di un’area dominata da superfici impermeabili, edifici e parcheggi.

L’intensità dell’isola di calore dipende da numerosi fattori.

  • Copertura del suolo. Cemento, asfalto e altre superfici impermeabili modificano il modo in cui l’energia solare viene assorbita e restituita all’ambiente. Al contrario, suoli naturali e vegetazione favoriscono processi che sottraggono energia al riscaldamento della superficie.
  • Presenza di alberi e vegetazione. Le chiome producono ombra e la vegetazione contribuisce al raffrescamento attraverso l’evapotraspirazione. Non basta però considerare soltanto la quantità di verde: anche la sua disposizione, le specie utilizzate, la disponibilità idrica e le condizioni del suolo sono importanti.
  • Forma della città. Altezza e disposizione degli edifici, larghezza delle strade, orientamento degli isolati e densità edilizia influenzano la circolazione dell’aria, l’esposizione alla radiazione solare e la capacità degli spazi urbani di disperdere il calore.
  • Attività antropiche, comprese le emissioni di calore associate ai trasporti, agli edifici e agli impianti di climatizzazione.
  • Condizioni meteorologiche: vento, umidità, radiazione solare e persistenza delle alte pressioni possono amplificare o attenuare il fenomeno.
Isole di calore urbane: quando il caldo trasforma le città
Logo del progetto Mirificus

MIRIFICUS: dai satelliti alla progettazione delle città

È importante distinguere fra UHI atmosferica e Surface Urban Heat Island (SUHI). Quest’ultima riguarda in particolare la temperatura delle superfici urbane, osservabile attraverso i satelliti. È proprio sulla SUHI che si concentra MIRIFICUS – Monitoraggio degli Interventi di RIForestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti.

Il progetto, coordinato dal CNR-IBE con la partecipazione di ISPRA e il coinvolgimento di ANCI e dei Comuni di Roma e Firenze, utilizza dati satellitari per analizzare la distribuzione degli elementi urbani che influenzano l’isola di calore e per valutare l’efficacia degli interventi di riforestazione.

Il progetto combina dati provenienti da diversi satelliti: Sentinel 1 e 2 per la copertura e il consumo del suolo e Landsat 8, Landsat 9 e MODIS per l’andamento della temperatura superficiale. L’analisi copre il periodo 2013-2023 e viene sviluppata sia a scala nazionale sia a scala comunale. Per Roma e Firenze sono state inoltre realizzate simulazioni microclimatiche finalizzate a valutare l’efficacia di ipotetici interventi di riforestazione urbana.

L’obiettivo non è quindi soltanto fotografare dove si concentra il caldo, ma individuare le aree più esposte, simulare possibili interventi e fornire alle amministrazioni informazioni per decidere dove e come intervenire.

Firenze come laboratorio

I risultati presentati nel 2026 mostrano quanto questa impostazione possa essere concreta: nelle simulazioni realizzate nell’area Mercafir/Piazza Artom a Firenze, la combinazione di nuove alberature, nuovi spazi verdi e superfici capaci di accumulare meno calore produce una riduzione della temperatura superiore a 4 °C nelle ore comprese fra le 9 e le 15. La diminuzione resta intorno a 2-2,2 °C considerando la media giornaliera.

Firenze rappresenta quindi uno dei casi più interessanti per comprendere il rapporto fra caldo estremo e struttura urbana. La città arriva all’estate 2026 dopo una sequenza di temperature elevate e notti tropicali che rendono particolarmente importante la capacità degli spazi urbani di raffrescarsi. I dati MIRIFICUS mostrano che all’interno del territorio comunale il comportamento termico non è uniforme.

Nell’analisi del progetto, le aree caratterizzate da edifici compatti di media altezza possono raggiungere temperature superficiali estive molto elevate: per Firenze viene indicato un valore di 44,6 °C. Nelle aree con boschi urbani, invece, il valore scende fino a 35,9 °C. Si tratta di una differenza prossima ai 9 °C, che mostra con particolare evidenza il ruolo della struttura e della copertura del suolo nel determinare il microclima urbano.

Il dato non significa che piantare alberi produca automaticamente una riduzione di nove gradi in qualsiasi strada o quartiere: le temperature citate si riferiscono a differenti tipologie urbane individuate dall’analisi. È però una dimostrazione molto efficace di quanto possa essere ampia la differenza termica fra superfici e configurazioni urbane diverse.

Il caso Mercafir-Piazza Artom è ancora più significativo perché permette di passare dall’osservazione alla simulazione di un intervento. Qui MIRIFICUS ha valutato uno scenario nel quale alberature, spazi verdi e superfici meno inclini ad accumulare calore vengono combinati all’interno dell’area urbana. Il risultato simulato è una riduzione superiore ai 4 °C nelle ore centrali della giornata.

Non solo più alberi: progettare il raffrescamento urbano

Il messaggio che emerge da MIRIFICUS è più articolato del semplice invito a “piantare alberi”. La vegetazione deve essere progettata come una vera infrastruttura urbana, tenendo conto del microclima, del tipo di suolo, della disponibilità d’acqua, dell’ombreggiamento e della ventilazione. Anche scelta delle specie e manutenzione sono elementi essenziali. La strategia di adattamento, dunque, non può limitarsi alla forestazione. Deve comprendere la depavimentazione, la restituzione di suolo naturale, l’aumento degli spazi verdi, l’ombreggiamento, la scelta di materiali e superfici che accumulino meno calore e una progettazione urbana capace di favorire la ventilazione.

Il valore del progetto MIRIFICUS sta proprio nella possibilità di mettere in relazione le scelte con dati misurabili. Il WebGIS consente di confrontare temperatura superficiale, consumo di suolo e presenza di verde e di individuare le aree nelle quali gli interventi possono essere più efficaci. I satelliti permettono oggi di osservare il territorio con un livello di dettaglio che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile da ottenere su scala nazionale. MIRIFICUS utilizza queste informazioni per costruire una fotografia delle temperature superficiali e delle caratteristiche urbane e per arrivare, nei casi studio, alla simulazione di possibili interventi.

verde urbano
Foto di StockSnap su Pixabay

Rifugi climatici: una rete di luoghi per affrontare il caldo

Se la riforestazione urbana e la depavimentazione agiscono sulle cause e sulle condizioni che amplificano il calore in città, i rifugi climatici rappresentano una risposta più immediata: sono luoghi nei quali le persone possono trovare sollievo durante le ore più calde e, soprattutto, durante le ondate di calore. Spazi pubblici, o comunque accessibili alla popolazione, nei quali siano disponibili condizioni più favorevoli rispetto all’ambiente urbano circostante: ombra, acqua potabile, ambienti freschi o climatizzati, possibilità di sedersi e ripararsi dal caldo. Possono essere biblioteche, centri civici, strutture sanitarie, parchi alberati, giardini, musei o altri spazi pubblici.

La loro funzione è duplice:

  • offrono un luogo di sollievo termico alle persone che vivono o si spostano in città;
  • costituiscono uno strumento di protezione della salute pubblica, particolarmente importante per anziani, bambini, persone fragili e per chi vive in abitazioni difficili da raffrescare. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità considera l’apertura di rifugi climatici una delle possibili misure da attivare durante le ondate di calore, prevedendo, quando necessario, anche forme di trasporto per le persone più vulnerabili.

Un rifugio climatico, tuttavia, non deve essere considerato come una soluzione alternativa alla trasformazione della città. È piuttosto un elemento di una strategia più ampia. Da un lato servono interventi strutturali — più alberi, suoli permeabili, ombra, superfici meno inclini ad accumulare calore, edifici meglio progettati — capaci di ridurre l’isola di calore; dall’altro è necessario mettere a disposizione una rete di luoghi freschi e facilmente raggiungibili che permetta alle persone di proteggersi quando il caldo raggiunge livelli pericolosi.

È importante, inoltre, che questi luoghi siano distribuiti in modo capillare e accessibili senza costi. Un rifugio climatico molto lontano dal quartiere di residenza, difficile da raggiungere a piedi o privo di informazioni chiare sulla sua disponibilità rischia infatti di essere poco utile proprio alle persone che ne hanno maggiore necessità. La disponibilità di acqua e l’accessibilità sono considerate elementi importanti anche nelle strategie europee di adattamento al calore urbano.

La Toscana offre già alcuni esempi concreti di questa strategia. Il caso più strutturato è quello di Firenze, dove il Comune ha aggiornato nel luglio 2026 la propria rete portandola a 53 rifugi climatici, la rete comprende biblioteche, parchi e giardini ombreggiati e, dal 2026, anche alcune sedi dei quartieri. Tra i criteri considerati figurano la presenza di ombreggiatura, acqua potabile e, per gli spazi al chiuso, la possibilità di usufruire di ambienti climatizzati. Il Comune mette inoltre a disposizione una mappa interattiva, attraverso la quale è possibile conoscere le caratteristiche dei singoli luoghi, compresa la percentuale di ombreggiamento di parchi e giardini e la posizione dei fontanelli.

L’esperienza fiorentina è particolarmente interessante perché mette in relazione il concetto di rifugio climatico con quello di infrastruttura verde. I rifugi non sono pensati soltanto come luoghi nei quali “scappare” dal caldo, ma fanno parte di una strategia più ampia che comprende l’aumento della copertura arborea, la creazione di aree ombreggiate, la depavimentazione di parchi e giardini e l’impiego di superfici capaci di riflettere maggiormente la radiazione solare.

Firenze non è però l’unico esempio toscano. A Livorno è stata predisposta una rete molto ampia, con oltre un centinaio di luoghi individuati tra biblioteche, musei, chiese, parchi e sedi comunali. L’obiettivo non è soltanto offrire un riparo durante le giornate più calde, ma anche aumentare la consapevolezza della popolazione sui rischi legati al cambiamento climatico e creare una base per una pianificazione urbana maggiormente orientata all’adattamento. Anche Prato ha adottato questo approccio, individuando sette rifugi climatici all’interno di strutture pubbliche già esistenti, tra cui biblioteche, il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci e il Museo di Palazzo Pretorio.

Queste esperienze mostrano un aspetto importante: il rifugio climatico non richiede necessariamente la costruzione di nuove infrastrutture. In molti casi è possibile adattare e mettere in rete luoghi che la città possiede già, rendendoli riconoscibili, accessibili e utilizzabili nei periodi di caldo estremo.

Il concetto di rifugio climatico completa quindi quello di isola di calore urbana. Se MIRIFICUS permette di individuare le aree nelle quali il territorio urbano tende a surriscaldarsi e di simulare gli effetti di interventi come la riforestazione e la depavimentazione, la rete dei rifugi climatici può fornire una risposta concreta alla popolazione nelle fasi di maggiore emergenza.

La prospettiva più efficace è quella di mettere insieme le due strategie. Una città resiliente al caldo deve avere sia meno superfici che accumulano calore sia più luoghi nei quali le persone possano trovare sollievo quando il caldo diventa estremo, presidi di prossimità contro il rischio climatico, inseriti nella vita quotidiana della città e attivabili nei momenti in cui le condizioni meteorologiche diventano più pericolose.

La sfida, in definitiva, è costruire una città nella quale non sia necessario scegliere tra scappare dal caldo e trasformare la città. Le due cose devono procedere insieme: i rifugi climatici proteggono oggi, mentre alberi, suoli permeabili, depavimentazioni e una progettazione urbana più attenta al microclima contribuiscono a rendere la città meno vulnerabile domani.

The post Isole di calore urbane: quando il caldo trasforma le città appeared first on ARPAT.

No comments

Sorry, the comment form is closed at this time.

Translate »